Club del clima: opportunità e insidie

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Per due settimane, la conferenza sul clima dell'ONU COP26 a Glasgow ha lottato per trovare soluzioni per ridurre le emissioni di gas serra. Mentre la Commissione europea pare trovi poco sostegno per il suo piano di proteggersi unilateralmente dalla concorrenza sleale con una cosiddetta tariffa doganale climatica, il CO2 border adjustment mechanism (CBAM), altri, tra cui in particolare la Germania, allora sostengono l’approccio della creazione di un “club climatico” dei volenterosi. L'obiettivo: il maggior numero possibile di paesi dovrebbe concordare un prezzo minimo per le emissioni di CO2 e poi utilizzare una tariffa frontaliera climatica comune rivolta verso i non membri per proteggere le proprie industrie.

cepStudio

"In linea di principio, i club climatici possono essere più efficaci nel frenare le emissioni globali di CO2", dice Martin Menner della sede di Friburgo dei “Centres for European Policy Network (CEP)” ed autore di una pubblicazione che ora offre un'analisi delle opportunità e delle insidie dei cosiddetti “club climatici”.

L’economista del CEP, in particolare, evidenzia alcune condizioni che un “club climatico” dovrebbe soddisfare per non rischiare di provocare delocalizzazioni industriali. <<Perché le potenzialità di “club climatici” nella riduzione più efficace di CO2 possano esprimersi, bisogna assicurarsi prioritariamente che essi evitino il cosiddetto “carbon leakage”, cioè lo spostamento delle produzioni con emissioni di CO2 più marcate verso paesi con standard ambientali più permissivi >>, sottolinea Menner.

Ma i modelli di “club climatici” attualmente in discussione non pare soddisfino veramente questa condizione. Piuttosto, porterebbero alla delocalizzazione della produzione ad alta intensità di CO2 dall'UE verso altri membri del club, dato che il prezzo del certificato nel sistema delle quote di scambio di emissioni dell'UE (EU-ETS) si prevede essere più alto del prezzo minimo stabilito nel club.

A lungo termine il riuscire a collegare diversi soggetti in un unico sistema per lo scambio di quote emissione sarebbe la soluzione ideale. Ma poiché il tempo stringe, il CEP allora presenta nel suo “cepInput” una soluzione in grado essere implementata a breve termine: un “club climatico” basato sulla tassazione". Menner dice: <<in un tale sistema i membri del club con un ETS manterrebbero l'assegnazione gratuita di quote per le aziende più a rischio di “carbon leakage” ma, contemporaneamente, verrebbe introdotta una tassa generale sul consumo di CO2 pari al prezzo minimo stabilito nel club. Questa tassa verrebbe applicata ai prodotti destinati all'uso interno (produzione interna ed importazioni) ed alle esportazioni verso gli altri Paesi facenti parte del club, ma non alle esportazioni verso i non membri. Altri membri del club che fissano il prezzo del CO2 al livello minimo useranno invece una sorta di CBAM per proteggersi dalle delocalizzazioni rispetto ai non membri >>.

Questo sistema garantirebbe che anche all'interno di un “club del clima”, con una UE particolarmente attenta al raggiungimento degli obiettivi ambientali, venga comunque mantenuto un terreno di gioco concorrenziale ed equo per l’insieme delle attività economiche di tutti i Paesi partecipanti.